L’Italia è tra i principali beneficiari dei fondi strutturali europei, eppure ci si chiede perché, il nostro Paese, non riesca a spenderli. Se ne parla da anni ma ora più che mai in vista del Recovery Fund.

Il timore è di non essere pronti come “sistema paese” a cogliere la grande opportunità della mole di risorse che verranno messe a disposizione nei prossimi anni attraverso gli strumenti europei, compresa la Politica di Coesione.

Secondo un recente report della Corte dei Conti europea, riferito all’anno 2019, l’Italia risultava penultima per capacità di assorbimento dei fondi strutturali 2014-2020, con circa il 38% delle risorse effettivamente erogate dall’Unione Europea, seguita dalla Croazia, con il 36% (entrata nell’Unione europea solo nel 2013). A metà classifica Francia e Germania, rispettivamente con il 53% e il 49% mentre al primo posto la Finlandia, con il 73%.

È opportuno sottolineare, però, che i tassi di assorbimento variano da un Fondo all'altro. Infatti, in merito al Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR), l’Italia ha raggiunto il 50% mentre riguardo al Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP) ha raggiunto il 29%.

Negli ultimi mesi però la capacità di spesa italiana è salita al 40% uniformandosi alla media europea.

Qual è allora il nostro punto debole?

La partenza. Spesso la partenza di un ciclo di programmazione è complessa per tutti, ma in Italia è sempre più lenta che altrove. Un ulteriore elemento di riflessione è provare a spostare il focus dal fattore quantitativo al qualitativo, dei progetti, politiche e processi che consentono l’investimento delle risorse.

La quantità di risorse non è condizione sufficiente per buone politiche di sviluppo e crescita, anzi, un eccesso di disponibilità può generare un effetto spiazzamento in termini non tanto economici, quanto della resistenza della macchina organizzativa che deve gestirla.

Poi ci sono altri fattori che determinano la buona riuscita degli investimenti: la qualità istituzionale, locale e nazionale, la fluidità dei rapporti istituzionali e di quelli tra i livelli politici e amministrativi, e tutti gli aspetti formali e informali che rallentano l’esecuzione dei progetti. Esempio: tema competenze adeguate o enfasi su aspetti burocratici che hanno radici nelle pratiche organizzative o nell’incertezza normativa sul quadro nazionale.

Infine, c’è sicuramente la necessità di concentrare le scelte su obiettivi che possano garantire una reale crescita del Paese, non tanto nel futuro prossimo, bensì nel lungo periodo.

L’Europa ci chiede di investire su poche priorità, su rilevanti riforme trasversali che consentano di mettere a punto una macchina più efficiente e sostenibile nel tempo per garantire una competitività sugli investimenti futuri anche in funzione di una normalità che verrà dopo la pandemia.

Come è cambiata la destinazione dei fondi europei tra le regioni italiane?

Lasciando l’elemento quantitativo, che vede crescita costante delle risorse che le politiche di coesione hanno destinato alle regioni italiane, da un punto di vista qualitativo la destinazione dei fondi europei è mutata per la capacità di disegnare modelli di intervento aderenti alle diverse specificità territoriali e in linea con le priorità europee. Si è passati negli anni da un’attenzione verso crescita e occupazione ad un impegno verso il superamento delle debolezze sociali e della P.A., la trasformazione digitale, il cambiamento climatico nonché dell’attuale crisi pandemica.

Nello specifico, il Green Deal (sviluppo verde) è destinato a diventare il pilastro della politica europea. Con l’obiettivo di un’Europa più verde all’interno del programma di coesione 2021-2027 sarà rafforzato il contributo della strategia Green Deal. Il 30% dei fondi strutturali, infatti, sarà destinato proprio ad un’economia pulita, circolare e sostenibile.

Per raccogliere le sfide future e gestire al meglio i fondi europei diventa fondamentale formare figure professionali con competenze trasversali, ovvero capaci di gestire e controllare tutte le fasi del progetto secondo le linee guide dell’europrogettazione e del project management. Per questo, Fondazione Saccone promuove l'innovativo corso di specializzazione eU-maps® in Progettazione e Gestione dei Fondi Europei, con la supervisione scientifica dell’Istituto Italiano di Project Management. Scopri di più QUI

Share post with: